86) Appel. La risposta dell'etica del discorso alla situazione
teorica attuale.
Apel contrappone al relativismo la convinzione che per poter
esprimere qualsiasi tesi, compresa quella relativista, sia
necessario riconoscere e accettare le norme del discorso. Su di
esse poi  possibile fondare un'etica razionale. Ma alla fine egli
deve ammettere che fondare una scelta per il bene sulla sola forza
della ragione rimane una tesi problematica e difficile da
sostenere.
K. O. Apel, Etica della comunicazione (vedi manuale pagine 440-
443).

L'idea stessa di una decisione fra le due alternative di fondo
[...] risulta in vero intelligibile solo presupponendo che gi si
possa argomentare (pensare!). Ma ci presuppone a sua volta il gi
avvenuto riconoscimento delle norme del discorso (Apel 1973,
pagine 31l ss.).
Su questo riconoscimento riflessivo dell' inaggirabilit del punto
di vista della ragione discorsiva e delle relative norme del
discorso, poggia la possibilit di rispondere non solo alla
domanda iniziale perch mai essere razionali?, ma anche alla
nostra domanda iniziale perch mai essere morali?. Se si
condivide un concetto di fondazione orientato in senso logico-
formale, risulta, come noto, impossibile offrire a questi due
interrogativi una valida risposta - interrogativi affatto cruciali
per la questione relativa alla possibilit di una morale post-
convenzionale nella moderna crisi adolescenziale (Dostoevskij e
Nietzsche). Come si afferma a ragione, presupponendo la logica
apodittica obiettivabile e formalizzabile, ogni risposta dovrebbe
gi presupporre ci che deve venir fondato (il riconoscimento
delle norme di ragione) e finirebbe cos in una petitio principii.
Perch, al contrario, in ogni fondazione intesa in senso logico-
apodittico, si deve gi presupporre proprio la ragione sotto forma
di norme del discorso? A questa domanda la fondazione ultima
pragmatico-trascendentale risponde tramite stretta riflessione
sulle condizioni inaggirabili di possibilit della validit
dell'argomentare (del pensiero!).
Per questa ragione, confrontandomi con il razionalismo critico,
che dichiara impossibile in linea di principio ogni fondazione
ultima in filosofia, formulai il criterio per una fondazione
ultima nel modo seguente: Se non posso contestare qualcosa senza
cadere in una auto-contraddizione attuale [= performativa] ed
insieme non posso fondarlo deduttivamente senza cadere in una
petitio principii logico-formale, allora esso rientra tra quelle
presupposizioni pragmatico-trascendentali dell'argomentazione, che
devono esser state gi sempre riconosciute, affinch il gioco
linguistico dell'argomentare possa conservare il suo senso (Apel
1975a; v. anche Kuhlmann 1985). La mia formulazione dimostra
chiaramente che il metodo riflessivo-trascendentale della
fondazione ultima, specifico a mio parere della filosofia, tiene
conto fin dall'inizio dell'aporia in cui si incorre muovendo dal
concetto, improntato sulla logica formale, dell'argomentazione
come derivazione di qualcosa da qualcos'altro (deduzione,
induzione o abduzione). Non le incombe quindi obbligo alcuno di
confutare il cosiddetto trilemma di Mnchhausen (o regresso
all'infinito o petitio principii o dogmatizzazione di una premessa
assiomatica), in cui cadrebbe, ad avviso di Hans Albert (Albert
1968, pagine 11 ss.) ogni tentativo di fondazione ultima. Inoltre,
andrebbe sottolineato che il metodo riflessivo-trascendentale, in
quanto linguistico-pragmatico, non fa neppure ricorso, nel senso
della classica filosofia trascendentale, ad una evidenza, esente
da interpretazione, della coscienza dell'io. Essa risale piuttosto
all'evidenza paradigmatica del gioco linguistico, nel quale pu
venir costruita l'auto-contraddizione performativa insita nella
contestazione dei presupposti in questione; come ad esempio quella
seguente: io asserisco con ci come intersoggettivamente valido
(ovvero, come liberamente accettabile da ogni partner del
discorso) il fatto che io non debba riconoscere la norma della
libera accettabilit delle asserzioni.
La struttura riflessiva della fondazione, ora schizzata, in quanto
relativa all'inaggirabile riconoscimento gi sempre avvenuto delle
presupposizioni dell'argomentazione, offre anche la possibilit di
decifrare il richiamo di Kant all'evidenza del fatto [non
empirico] della ragione [pratica], con cui Kant, nella sua
seconda Critica, suggella l'impossibilit, precedentemente
ammessa, di una deduzione trascendentale della validit
dell'imperativo categorico. Se infatti fosse possibile
interpretare nel senso di un perfetto apriorico la struttura
profonda della grammatica del discorso kantiano a riguardo di un
fatto non empirico, allora non vi leggeremmo - come invece da
altri affermato (Ilting 1972) - una variante della fallacia
naturalistica, bens un rinvio alla possibilit della fondazione
ultima riflessivo-trascendentale.
E' chiaro quindi che anche noi intendiamo questa forma della
fondazione ultima come alternativa alla derivazione delle norme
fondamentali dell'etica da qualsivoglia fatti. Non si tratta qui
di esibire un fatto nel mondo, per derivare da esso qualcos'altro
- una norma fondamentale - tramite obiettivabili operazioni
logiche; si tratta bens di un ricorso riflessivo al
riconoscimento gi sempre avvenuto di norme fondamentali in quanto
tali (quindi in quanto dover-essere!). Detto altrimenti, nella
fondazione ultima pragmatico-trascendentale (della filosofia tanto
teoretica quanto pratica) non ha luogo nessun ricorso fondativo a
fatti fondamentali n ontologici n antropologici (come spesso
viene ipotizzato), tali fatti vengono bens introdotti in modo
euristico, quali candidati per il test riflessivo della fondazione
ultima. Il test consiste tuttavia in un esperimento di pensiero,
con cui viene dimostrata - in modo strettamente riflessivo - l'
incontestabilit senza auto-contraddizione performativa.
Pur avendo risolto la questione filosofica della fondazione ultima
in forza di un atto di conoscenza riflessivo, non si  ancora
risposto alla domanda seguente: chi ha raggiunto tale cognizione
(il che non vale per tutti, dato che  indispensabile aprirsi a
tale riflessione trascendentale), come ad esempio la cognizione
che egli ha l'obbligo di agire moralmente, cio che egli ha gi
sempre riconosciuto come moralmente vincolanti le norme
fondamentali della giustizia, della solidariet e della co-
responsabilit in quanto norme fondamentali del discorso - questa
persona filosoficamente avveduta tradurr anche, in forza di una
volont buona, la conoscenza da lui cos conseguita in decisioni
pratiche (sia a livello di discorso argomentativo, sia anche a
livello della prassi di vita)? A me sembra che solo con questo
interrogativo si sia toccato il problema davvero inteso da Popper,
quando egli parla della necessit di una decisione irrazionale,
ma morale, a favore della ragione in forza di un atto di fede
(Popper 1958, volume 2, pagine 284 ss); e che qui l'etica del
discorso giunga a toccare il limite del cognitivismo (Apel 1986b).
E' in effetti difficile guadagnare in etica un aspetto razionale
alla questione della motivazione, almeno nel caso in cui,
diversamente dal Socrate dell'antichit classica e piuttosto nel
senso del cristianesimo e di un Kant, si muova dalla convinzione
che qualcuno possa compiere volontariamente e consapevolmente ci
che egli stesso  in grado di riconoscere come male. Qui, come
parrebbe, rimane soltanto la possibilit di domandarsi, in termini
di psicologia empirica, quale forza motivazionale abbiano davvero
gli atti cognitivi etico-filosofici per la prassi comportamentale.
Osserverei tra parentesi che il noto psicologo evolutivo e
filosofo morale Lawrence Kohlberg  giunto a tal riguardo ad un
risultato degno di nota. In base ai risultati dell'esperimento
Milgram (in cui alcuni vennero invitati, in nome della scienza e
della sua autorit, a somministrare ad altre persone scosse
elettriche e, su comando, ad aumentarne vieppi l'intensit,
nonostante le simulate urla di dolore delle vittime), coloro i
quali possedevano una competenza di giudizio morale di livello
post-convenzionale si sarebbero dimostrati, secondo Kohlberg, pi
pronti degli altri ad opporsi all'ordine impartito in base a
ragioni di ordine morale. Anche da un punto di vista filosofico,
comunque, sembra intuitivamente poco plausibile supporre che chi,
ad esempio durante la crisi adolescenziale, si ponga seriamente la
questione di una possibile giustificazione del dovere morale,
comprenda ed accetti in termini cognitivi la risposta da noi sopra
schizzata, non debba risultarne motivato anche nelle sue decisioni
di rilievo pratico - sebbene ci non garantisca una volontaria
messa in atto di queste sue cognizioni.
K. O. Apel, La strada, Rizzoli, Milano, 1983, pagine 101-107.
